Al cineforum “Una separazione”, fresco vincitore dell’Oscar come miglior film straniero (ma già aveva vinto il Golden Globe, sempre nella stessa categoria, quest’anno e l’Orso d’oro a Berlino l’anno scorso). Viste le credenziali è chiaro che si tratta di un capolavoro. La storia è semplice e al contempo complicatissima: nell’Iran di oggi una coppia di coniugi vuole divorziare (cosa che mi ha stupita, perché non credevo che fosse contemplato il divorzio in quel paese), perché lei sente il bisogno di trasferirsi all’estero con la figlia adolescente, mentre lui non è d’accordo, soprattutto perché non può abbandonare il padre malato di Alzheimer. Nel frattempo la donna va a vivere dai genitori, mentre la ragazzina vuole restare col padre, che deve assumere una badante per l’anziano genitore. Inizia dunque una serie di ulteriori problemi, crisi, aggiustamenti di tali crisi alla bell’e meglio, ma soprattutto piccole e grandi bugie dette e subite da tutti i personaggi della storia. Alla fine chi ha ragione? Tutti e nessuno. Non a caso il finale è aperto: il giudice lascia scegliere alla figlia con quale genitore vuole stare, ma a noi spettatori non viene mostrato l’esito di questa decisione. La cosa che colpisce di più è la maestria della regia, che crea suspance poco per volta, senza mai esagerare, ma lo stesso facendoci fremere per sapere che succederà. E il bello è che gli indizi per sapere che succederà sono in realtà disseminati, in maniera anche piuttosto palese, lungo tutto il film, solo che non ci si fa caso, salvo poi, a fatto avvenuto, realizzare che sì, era chiaro che era successa tal cosa in tal posto in tal momento. Insomma, film davvero bello, non difficile ma duro, impegnativo. Una sola precisazione: in Iran nelle abitazioni private le donne non devono avere il capo coperto, ma la legge impone che nei film lo abbiano sempre, indipendentemente dall’ambientazione della scena.
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